GIUSEPPE FORTUNATO


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metempsicosi?
giuseppefortunatolorenzolotto


Cingoli
Sede Museale S. Domenico

dal 31 Luglio al 22 Agosto 2010
Martedì Venerdì Sabato Domenica
dalle 18 alle 23


In mostra 24 lavori di Giuseppe Fortunato sulle opere di Lorenzo Lotto
Critical presentation of Armando Ginesi
Edited by Francesco Pieroni
Catalogo in galleria




METEMPSICOSI ?

Non credo alla numerologia eppure è capitato anche a me di utilizzarla a mio vantaggio allorché, una ventina d'anni fa, frequentavo la Cina. I cinesi sono molto attenti a quelli che ritengono essere i segni del destino (disseminati in ogni dove, anche fra i numeri) ed io, figlio dell'occidente razionalista che trae origine dal pensiero greco, cercavo, un po' forzatamente per la verità, di piegare questa loro propensione al mio interesse del momento. E ci riuscivo pure, come potrei raccontare abbondantemente tirando in ballo Marco Polo, Li-ma-Do (Matteo Ricci), Lang-Shi-Ning (Giuseppe Castiglione). Ma questo è un altro discorso.
Non credo neppure alla metempsicosi (né a quella pitagorica, né a quella platonica né a quella induista o buddista) eppure c'è, nella vicenda umana (e anagrafica) di Giuseppe Fortunato, qualche curioso accidente che riconduce sia all'una che all'altra credenza. Dunque Fortunato, pittore, abita a Cingoli, nelle Marche, dove è conservata, presso la chiesa di San Domenico, una delle più belle (e dai significati parzialmente arcani, secondo l'analisi iconologica) pale d'altare, dipinta da Lorenzo Lotto, pittore anch'egli, nel 1539. Fortunato abita nelle Marche anche se è nato altrove (in Abruzzo); Lotto abitò, lavorò e morì nelle Marche anche se proveniva dal Veneto. L'antico maestro è morto nell'anno 1556 e l'artista contemporaneo è nato nel 1956, esattamente 400 anni dopo la morte dell'altro. Vuol dire qualche cosa? Dal punto di vista logico certamente no, al massimo può trattarsi di una curiosa coincidenza. Ma se ci rifacciamo alla numerologia e alla metempsicosi di cui si diceva all'inizio, magari………….
Nessuno può ragionevolmente pensare che Lorenzo Lotto, morendo, sia trasmigrato con la sua anima in quella di Giuseppe Fortunato (anche perché ci sarebbe da chiedersi dove sia stato e che cosa abbia fatto in quattrocento anni di latitanza!): razionalmente parlando sicuramente no. Ma se uno pensa che Fortunato è l'inventore dell'Assempaforismo (per saperne di più consultare la bibliografia dell'artista, magari il testo di Carlo Occhipinti del 1988) allora può anche credere che - nell'ottica assempaforica - ciò abbia un senso; oppure un non-senso che, assempaforicamente parlando, fa la stessa cosa. Perché l'Assempaforismo è il terreno del paradosso.
Si sa che, a volte, nell'arte si annida una forte componente ludica. Così è per l'espressività di Fortunato per il quale il gioco e l'ironia (la seconda sottile e talora sottotraccia) si rincorrono, si trovano, si congiungono. Così avviene quando il nostro artista abruzzese-marchigiano impatta e approfondisce l'opera lottesca, di questo pittore cinquecentesco che, manieristicamente, manifesta il "gusto di andare controcorrente" (come dice Giulio Carlo Argan) in maniera polemica e, talvolta, anche un po' irriverente.
Che sia una sola anima (la stessa) ad agire o che siano due, certo è che la risposta alle sollecitudini del mondo sembra essere (tenuto conto di quei quattro secoli che ci sono in mezzo) la medesima: ironica, divertita, paradossale.
Oggi viviamo in un periodo storico che ha fatto, in qualsivoglia manifestazione creativa, del citazionismo la modalità espressiva preferita. Si cita l'altrui pensiero (anche quello visivo) a sostegno del proprio. E al tempo stesso si ama contaminare: i generi, i materiali, le epoche, gli stili. Così Fortunato contamina le opere del Lotto. Se è vero - sempre assempaforicamente parlando - che l'anima lottesca sia trasmigrata in quella del pittore abruzzese-marchigiano, adesso è quest'ultimo, nel XXI secolo, quasi per applicazione della legge dantesca del contrappasso, a penetrare nell'immaginario visivo del veneto attraverso la manipolazione delle immagini e degli spazi di alcuni suoi celebri dipinti. L'alfabeto visivo di Fortunato si accosta, senza alcuna violenza, con rispetto formale e cromatico anzi, anche se con una considerevole dose di divertimento, a quello del Lotto e sembra completarlo, lo modernizza, lo rende pasto digeribilissimo all'ermeneutica del nostro tempo. Quindi tesse - sia pure ironicamente - una tela che collega il passato al presente, la tradizione alla modernità. La qual cosa rappresenta un discorso maledettamente serio in un periodo della storia in cui s'è perso il sentimento del passato e non si è più capaci di pensare, se non in modo maldestro, al futuro, permanendo passivamente in una condizione di effimera, fragile, edonistica fruizione dell'hic et nunc priva di ogni prospettiva, sia indietro che in avanti . Ma l'ironia - non ci stancheremo mai di ripeterlo - è una cosa da prendere sul serio perché induce a pensare. Beninteso coloro che sono in grado di farlo.

Armando Ginesi









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Giuseppe Fortunato "Le Colate"


Sarnano - Palazzo del mercato
Dal 22 Maggio al 6 Giugno 2010-05-08


60 opere di piccolo formato tratte dal ciclo le colate
Edited by: Yuke Potenza Francesco Pieroni



INAUGURAZIONE SABATO 22 MAGGIO ORE 19.00



Catalogo in GALLERIA







Vittorio Sgarbi a Sarnano visita la mostra
"Le Colate" di Giuseppe Fortunato






Nella foto:

lo storico d'arte Vittorio Sgarbi
il presidente di SarnanoIII millennio avvocato Gianni Antonelli
il gallerista Francesco Pieroni
il critico architetto Yuki Potenza













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Verdicchio dei Castelli di Jesi
d.o.c.
Classico Superiore

produttore, f.lli Valori, Apiro, Italia. info@fratellivalori.com

etichetta numerata di

Giuseppe Fortunato





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Cien Annos
Arte contemporanea

Jose M. Velazco 2578
Baha California
Le Colate di Giuseppe Fortunato
Dal 19 settembre al 29 novembre 2009
Dodici Opere del periodo 2006-2008
Catalogo in Galleria


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"IL FUMO UCCIDE"

Di
Giuseppe Fortunato
Ovvero
"L'arte post-consumistica di un ricercatore vizioso"


Vi è un VIZIO della forma, nelle Opere dell'Artista GIUSEPPE FORTUNATO, nel senso che alludono e si plasmano a delle idee, illuminate, anche in modo letterale, come nel caso delle due : il fumo uccide, il pensiero è MATERIA, CONCRETA E TANGIBILE.
IL pensiero non è fumo che vola alacremente sopra la nostra esistenza, ma la Colma.
Tanto più ora, nella nostra società impoverita da valori consumistici, vuoti e pericolosi poiché fine a se stessi, il pensiero lucido e responsabile dell'Uomo-Artista, Creativo e poetico, che cerca e trova soluzioni alle forme delle paure, che cerca e trova il peso specifico alle parole, decodifica nuovi scenari concettuali artistici, non linguisticamente parlando, bensì sociali, filosoficamente "investendo" sulla ricerca artistica post-consumistica.
Se Jeff Koons è l'artista contemporaneo più quotato al mondo con le sue Opere enormi, vacue per la celebrazione del NON VALORE, esiste un contrappeso , cioè una "soluzione" artistica, soprattutto di artisti europei dove G.F. si colloca di diritto, ansiosa di trovare una risposta, ad una crisi globale, cui il sistema americano "ultra-libertario", e liberticida è responsabile, e di cui Koons è l'icona, ma forse è il caso di dire ERA.
Era, la parola chiave è proprio questa: ERA.
Stiamo vivendo la fine e l'inizio di un'ERA, e vacillano le regole, semmai ci siano state, ingannano i pronostici semmai ci avessero preso.
Cosa resta all'Arte, come alla Vita, alla Natura come all'Uomo, quello che dall'inizio dei tempi sino alla fine accompagnerà questa bellissima e terribile caduta che chiamiamo ESISTENZA: "il Mistero".
Il mistero aleggia e trasporta verso confini interminabili, dove solo il PENSIERO dell'UOMO può seguirlo. Per questo Giuseppe Fortunato semplifica magistralmente un concetto PESANTE ovvero: è il pensiero che uccide l'Uomo e non il fumo. Per questo Egli fuma.


Antonellaventura
2009






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Galeria Internacional d'Arte Tijuana (Messico)

In mostra dal 29 maggio al 30 giugno, oltre venti opere di
Giuseppe Fortunato
( tratte dal ciclo le colate)


Direttore Marcello Bolyevich
Tel - (664) 4945991
E-mail ministryofrome@live.com
Pasaje Rodriguez entre 3ra y 4tq. L-24B
Revoluciòn y constituciòn.Z.C. Tijuana,B.C.





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After the miracle

L’opera inaugurata il 18 aprile 2008 presso il parco delle pietre vive di Cingoli (mc)
a cura di
Armando Ginesi

AFTER THE MIRACLE

Bisogna proprio che tutti coloro che fanno il mio mestiere riprendano la sana abitudine (l’abbiamo perduta da decenni) di rivisitare gli studi degli artisti; anzi, di ricominciare ad informarsi in giro per tirar fuori da certe tane, dove vivono ed operano rinserrati, autori (pittori, scultori, incisori e quant’altro) di talento che non amano la ribalta e che sembrano lavorare, egregiamente, più per sé che per gli altri. Debbo ringraziare un politico, Leonardo Lippi, di avermi segnalato l’operato di un artista il quale, nato pittore, è approdato

ora alla scultura e rappresenta il protagonista della VII edizione del Parco delle Pietre Vive di Cingoli. Infatti è sua la scultura After The Miracle, un’opera di 500 centimetri di altezza, realizzata in marmo bianco di Carrara e acciaio satinato. Il suo nome è Giuseppe Fortunato.
Ho già detto che si tratta di un personaggio “rintanato”, che lavora nel chiuso del suo mondo. Anche se non è stato sempre così. Al contrario – queste cose le ho scoperte di recente – egli ha avuto, negli anni giovanili, una storia pittorica intensa e molto intelligente. Si, l’intelligenza è indubbiamente il comune
denominatore che risulta sotteso alle diverse esperienze linguistiche vissute dal nostro autore. Il quale, agli inizi degli anni Ottanta (del XX secolo, beninteso), si è innamorato della Metafisica intesa non tanto e non solo come modalità lessicale (alla De Chirico, per capirci, al quale ha guardato di certo, in particolar modo per l’invenzione dei manichini: chi li avrà poi davvero inventati, questi manichini, Giorgio De Chirico o il fratello Andrea, pittoricamente noto come Savinio?), ma soprattutto come modo di concepire una realtà che è oltre se stessa, è meta, perciò supera il suo stato fisico per farsi altra cosa. Dunque Fortunato fa propria l’idea e, in particolar modo, la volontà di andare oltre, al di là, di scavalcare il tempo, lo spazio e la natura, diventando metafisico e metastorico. Ma anche metalogico.

Forse è in questo momento che nasce in lui la voglia, scherzosa e seria al tempo stesso, di inventarsi una definizione che dovrebbe compendiare il senso della sua espressività. Il termine è Assempaforismo che vorrebbe dire, secondo l’artista, “assemblaggio emendativo pittorico apodittico Fortunato”, ma che, secondo me, altro non è che una divertente (per lui e per gli altri) idea di rendere omaggio al paradosso. E si, perché a Fortunato il paradosso piace; gli nasce dentro, dietro quell’aria per bene con cui si presenta, mentre sorride sornione con gli occhi e, secondo me, sobbalza di risate nelle viscere. E’ come se Marcel Duchamp rivivesse in lui, con la sua “logica” dada, con la razionalità che si fa irrazionalità e viceversa. Per convincersi di quanto il paradosso sia caro a Fortunato e al suo modo di pensare e di fare, si legga un suo testo degli anni Ottanta, intitolato Direzione Obbligatoria, ma che, a mio giudizio, si potrebbe denominare anche Elogio del paradosso, nel quale si tende a dimostrare che mille e niente sono la stessa cosa. Ma anche mille più mille e mille ancora.
Sicché dalla “atemporalità” e dall’assenza auditiva della
Metafisica, il passaggio agli esiti surreali è cosa facile e, starei per dire, quasi obbligatoria. Ecco, dopo l’oltre, il meta, sopraggiungere il sur, la sur-réalité , come la chiamava André Breton, la realtà superiore che vive e agisce, ovviamente, oltre e sopra quella normale.

C’è sempre una forte componente mentale, alla base di tutto il discorso, vuoi teorico vuoi pittorico, di Giuseppe Fortunato. Al quale si aggiunge il sogno, ma quello ad occhi aperti, che rappresenta il jumbo-jet con cui la fantasia sfreccia oltre il tempo e lo spazio sfondando il muro del suono del vero naturale. Tutto ciò non può che aprire la strada – come di fatto l’ha aperta – ad incursioni forti nell’area vastissima dell’arte concettuale, attraverso performances, istallazioni e quant’altro tenda a fare dell’idea la protagonista essenziale del momento creativo.
Mentre tutto questo lavorío frenetico si produceva nel laboratorio dell’anima di Fortunato, sulla scena occidentale, era nata e si era sviluppata un’area linguistica nuova che, sia pur originata in Inghilterra, aveva trovato diffusione negli USA. Intendo riferirmi al fenomeno della
Pop-Art, vale a dire di quell’espressività artistica che si era impossessata dell’universo iconico della comunicazione di massa (fumetti, pubblicità stradale, televisiva, cinematografica) nonché degli oggetti di grande consumo rintracciabili specialmente nei supermarket, i nuovi luoghi aggregativi della civiltà consumistica, per tirarli fuori dal loro livello basso ed innalzarli a stilemi di una nuova creatività: un modo di fare, tra l’altro, perfettamente in linea con quell’utilizzo, ai fini della comunicazione creativa, dei ready-made, che circa mezzo secolo prima era stato ideato e praticato da Marcel Duchamp.

Fortunato guarda e riguarda le opere degli artisti americani e ne viene conquistato. Soprattutto sono i loro colori puri, netti, desunti dalla stampa a rotocalco e dal video, a colpirlo; ma anche le icone della modernità, le nuove divinità dell’immagine come le pin-up delle copertine, degli affiches e degli schermi televisivi.
Annunciata dalla serie di opere denominate
Le Primavere (risalenti alla fine degli anni Ottanta), in cui il gioco cromatico si muoveva quasi sempre in direzione astratta, anche quando ammiccava al vero di natura, arrivano poi, con l’irrompere sulla scena dipinta della figura, la figura umana e quella delle immagini di vita urbana. Il tutto con l’accentuazione di una visione ironica, fortemente ironica. Fino a che, sul finire degli anni Novanta, l’artista abruzzese si converte all’esperienza del Digitale (il quale, a pensarci bene, è l’erede diretto e naturale della pittura Pop, nel senso che rappresenta la traduzione elettronica della sua icona pittorica) e continua a sviluppare il senso del gioco e dell’ironia molto sottile. Entrano in ballo allora i Sarchiaponi, misteriosi personaggi, nipoti dei manichini dechirichiani e figli dell’iconicità pop: silenziosi e divertenti. Il loro nome è derivato da uno sketch televisivo, tratto dal programma RAI La via del successo del 1958, di Walter Chiari e Carlo Campanini, nel quale il “Sarchiapone” era appunto un personaggio misterioso quanto inesistente che, però, proprio alla sua

inesistenza ed invisibilità, resa mitica da qualcuno attraverso il parlarne a ripetizione , diventava oggetto di curiosità, di suggestione e, magari, anche di potere.
Nel XXI secolo la sensibilità Pop di Fortunato si matura e si raffina con le “colate”, presenze cromatiche forti, belle, pulite, eleganti, all’interno di uno spazio che è mentale più che fisico. Una specie di segno-colore il quale, però, sente il bisogno di accostarsi, qualche volta, alla fisicità vera e allora ecco che gli oggetti vanno a occupare spazi debiti dentro il nuovo racconto pittorico. Sono oggetti che, nella serie Fotoscatti, assumono un livello qualitativo a mio parere talmente alto da dar vita a veri e propri capolavori, ovvero ad opere degne di figurare in qualificati ed autorevoli musei. Tutto ciò in virtù d un equilibrio perfetto instauratosi tra piccoli (ma estremamente significativi) oggetti e l’ampio spazio protagonista delle superfici dipinte.
Il sentimento deciso dell’oggetto che si ritrova nella pittura di Fortunato a questo punto della sua evoluzione, assume sempre più valenza di cosa autonoma, autosignificante, ed apre la strada ad un interesse nuovo, quello verso la scultura. La plasticità tende a prendere il posto dell’icona, la “cosalità” dell’idea. Quest’ultima, pur mantenendo grande importanza, finisce però per non bastare più e dunque pretende d’inverarsi nella fisicità, di farsi concretezza, immagine da guardare ma anche da toccare, con il coinvolgimento non solo più della vista, ma anche del tatto.


E veniamo all’opera realizzata per il Parco delle Pietre Vive, il cui titolo, ripetiamo, è After The Miracle (Dopo il Miracolo). Quale miracolo? La nascita della donna ? il suo essere inchiodata a garanzia che non abbia più a ripetere l’errore di Eva nel giardino dell’Eden? Stiamo azzardando ermeneutiche “assempaforistiche”, ma forse è ciò che farà divertire l’autore, l’accorgersi cioè che qualcuno si è messo, si mette, sulla sua stessa lunghezza d’onda nell’elogiare il paradosso. Ma non escludiamo, a livello interpretativo più sensato, che essa sia una metafora dell’umanità di oggi (rappresentata dalla figura femminile) la quale volge le spalle alla scala che la potrebbe condurre in cielo, ovverosia verso il mondo dello spirito, incardinata com’è alla materialità; la metafora, cioè, di in diniego moderno che si potrebbe collocare sulla linea dei grandi rifiuti di cui parla il Libro: da quello dell’angelo ribelle e poi caduto, a quello della disobbedienza dell’Eden, a quello pronunciato in nome dell’orgoglio e della presunzione di Babele, a quello idolatra del vitello d’oro, alla scelta sconsiderata di Barabba e via dicendo.

Certo è che, anche nel passaggio dalla pittura alla scultura (l’opera in questione ce lo dimostra in modo incontrovertibile), i fondamenti del dire poetico di Giuseppe Fortunato restano gli stessi di sempre: importanza e chiarezza dell’idea (si guardi la scultura quant’è apodittica nella sua lucida evidenza. Ed è, anche questo, un derivato pop: dalla nettezza della figura dipinta a quella scolpita, nella prima grazie ai colori acrilici in à-plat, nella seconda in virtù del marmo di Carrara e dell’acciaio satinato); metafisicità e surrealtà lambita: è simile al manichino quella figura nuda di donna alta 185 centimetri, posta in piedi sopra una sedia elevata il cui schienale è come una scala a pioli che ascende al cielo rivaleggiando, nel Parco delle Pietre Vive, con la pianta ad alto fusto che le fa da sfondo; ironia: nel titolo e nelle ermeneutiche individuali che ne derivano. Il tutto splendidamente condensato nell’After The Miracle, un’opera seria (che differenza passa tra la serietà e l’ironia o lo scherzo? La stessa che passa tra “mille” e “niente” – dal già citato testo Direzione Obbligata – ed anche questo è un atteggiamento “assempoforico”) la quale si inserisce nella natura come portato mentale che si è fatto cosa, bella cosa, per far sognare e per tenere svegli; da guardare e da toccare; per giocare e per ragionarci su. Insomma per essere assempaforisti. O no ?


....................................................................................Armando Ginesi

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