GIUSEPPE FORTUNATO


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LE PRIMAVERE (Anni '80)









L’assempaforismo o dell’immaginario collettivo


Là, dove la terra si sgretola sotto il sole che bacia le grandi figure sbiadite delle antiche chiese e la fantasia accarezza le stelle “bottoni di madreperla”, ho conosciuto un pittore, ho respirato l’afflato di un’arte fresca, ariosa, aperta alle minime variazioni nello stato delle cose, ho incontrato un uomo che si nutre di un silenzioso amore della vita e, come angelo solitario, muove alla ricerca della verità e della libertà.

Fortunato mi accoglie con cordiale semplicità in uno studio ordinato, senza odori, mi parla di sé, rievoca essenza e profumi di lontananti memorie e persistenti illusioni: la voce è pacata, l’anima è rapita e s’invola. Delle tele sono accantonate in un angolo, altre appese alle pareti:comunicano atmosfere silenziose, un gioioso senso delle cose non senza una festosa vitalità, un sapore di arcane e metafisiche suggestioni, raccontano il teatro della vita e i sogni della vita, tramutano la coscienza della provvisorietà in accordi cromatici, in spezzature sintattiche e foniche, in impulsi ritmici e musicali, in linguaggio complesso e articolato.
L’universo fantastico di Fortunato rinvia a un inventario del quotidiano, dilatato nei termini di un percorso fiabesco sui confini dello spirito, dove spazi e materiali, come frammenti di cielo e schegge dell’anima, rappresentano un’avventura, una lotta tra la rivelazione di un luogo mai trovato e l’oracolare rarefazione dell’arte che declina in lucida e lirica emozione l’implacata inchiesta sui destini umani.
I poli che sottendono l’asse della ricerca del giovane artista localizzano impassibili malinconie e raggelamenti della coscienza che sembra negarsi nell’istante stesso in cui svela coaguli sentimentali, pulsioni istintuali e liberatorie fisicità: la simulazione del reale e l’invenzione dell’immaginario si compenetrano in una figurazione di ludica e giocosa sensibilità compositiva, appena memore di spunti concettuali, coinvolgono situazioni dimesse e quasi crepuscolari, sospese ai limiti della percezione, palpiti e sussurri di una poesia ignara di clangori, tremolamenti di abissali esperienze dell’anima e balenanti fulgurazioni della memoria.

L’iconografia di Fortunato meraviglia per una sorta di distanza onirica e surreale per un senso di arcana malinconia esistenziale e nostalgici struggimenti di forme mitiche originarie, per una fitta trama di rimandi ai giardini dell’infanzia e agli impulsi sacrali e indecifrabili dell’io, per l’intensità lirica della partitura su strumenti e accordi di alta tensione poetica: nella enucleazione di una simbologia che scandaglia percorsi frastagliati della memoria alla dolorosa ricerca di brandelli di verità gli elementi perdono consistenza, si bloccano in un momento solo sognato, baluginano in immagini di incantato stupore e per fulminee intermittenze, si dissolvono in simboli arcani, archetipi, forme uniche e contrappuntano gli assunti della ragione che vorrebbe ordinare, affermare la corporeità delle cose, tracciare possibili ritorni degli sconfinamenti del sogno.
In questa rappresentazione metafisico-logica della condizione umana la ricongiunzione del reale all’ideale si sostanzia di insospettate confluenze, diviene ascesi, canto, preghiera, a un dio cacciato ma non sepolto, non obliterato: la coscienza della finitudine dell’uomo dinanzi alle cose del mondo approda ad una tematica concettuale e a una pittura di densa carica allusiva, a un bisogno di conoscenza e di intuizione della verità nascosta sotto le apparenze. L’universo di Fortunato si affolla di presenze-simboli, di sperimentazioni formali inclinanti alla costruzione di mitologie e allegorie esistenziali, alla formulazione di un linguaggio, le cui radici lessicali non affondano nel variegato magma di grafismi tradizionali liberamente reinventati, anche se è indubbio che futurismo, metafisica, memorie surrealistiche e informali, “ludus” dadaista e “pop” costituiscano il referente di un’esperienza che, consciamente o inconsciamente, si traduce in volontà di vivere l’arte come promessa e giovinezza dell’anima e della natura, con la stessa libertà e intensità della fantasia che crea i miti di cui si nutre e che rovescia la “ratio” delle cose in “irratio” autocontemplativa e mistificante.


Il coinvolgimento tematico cui Fortunato allude con lucida e inesausta passione distilla la materialità corposa della realtà nei suoi succhi, nelle linfe, nelle laceranti contraddizioni e rivela una costante tensione verso le forme pure e assolute del sogno, della simulazione, del mistero metafisico, del silenzio surreale, attraverso alchimie magiche intensamente policrome e vorticosi gorghi di verdi sublimanti, di rossi tragici, di gialli tenerissimi plasmati nella materia, brulicanti di rilievi e spessori magmatici che vorrebbero gridare il colore delle cose e l’anelito alla libertà e alla conquista dei cieli.
Banconote strappate e ricomposte, voli trasversali e tangenziali di deliranti gabbiani contro pallidi soli di stoffa o di cartoncino, metallici aerei saettanti in una luce dell’anima e negli spazi di una visione metafisica declinata con memorie classiche, smeraldano speranze e rivalse, consolazioni e promesse, in un rapporto dialettico ad altissima intensità di svagate memorie senza tempo.
Fortunato, sfugge al tempo, coglie lo spessore del tempo e, mentre fissa un attimo, eterna sfuggenti ed enigmatici fantasmi affioranti quasi inopinatamente da cieli immemoriali, da fondali paesaggistici trascritti come topografia sentimentale epifania poetica.
La tela è un microcosmo di presenze reali e simboliche a un tempo, una ordinata stesura di segni sovrapposti di piani in perfetto equilibrio, interagenti e spiazzanti, che dissolvono la percezione ambigua e dolente dell’esistere in un sentimento quasi sacrale di armonia, in misurato furore creativo in risentita consapevolezza della spiritualità del fare artistico di contro alle bellezze irrimediabilmente mutilate della materia.

Un silente senso del divino trascorre e si posa lieve sulle cose, dialoga, in accenti ora ariosi ora ironici, di un sogno di semplicità vissuta con fresca adesione sensibile, apre a sperati recuperi di alabastrine purezze, indugia su immagini di stupefacente intensità espressiva, accarezza una luce distesa, uniforme, campita per sottilissime tristezze, per accensioni vibranti e trionfali bagliori.Fortunato è poeta di dolci memorie, di vaghe fantasie aperte alla ricognizione dell’immaginario collettivo, a forme di elementare simbolicità, secondo un dettato che per la singolarità compositiva assume i caratteri di un’arte consapevole e matura, variata sulle infinite possibilità della materia, sulle trovate ora ludiche ora spettacolari della fantasia e sulla coscienza moderna dell’”homo faber” che trasforma l’organicità oggettiva delle cose in progetti soggettivi, in memorie sognate e sognanti di “eden” ormai perduti, in rastremate fulgurazioni poetiche, in frastagliati trasalimenti dell’anima, in promesse probatorie di eterna bellezza. La linea melodica reinventa la realtà, la struttura musicale risolve in partitura contrappuntistica di stupefatta dolcezza brucianti esperienze e momenti di vissuto emergenti della coscienza, esplora nuovi territori e libera figurazioni emblematiche, archetipi fantastici e mentali in parallelo con il balenare di forme oggettuali, di elementi matrici, di rilievi colorati, di stilemi iconografici, di sintetiche geometrie giocate sulla misura poetica delle immagini e sulle limitate e smemoranti movenze della fantasia.

L’essenza melica brucia i residui della realtà e rimanda a un visionarismo tremulo, felice, malinconico, ironico, bello di un fremito che scorre sotto il sereno abbandono delle cose, purissimo pur nelle certezze della precarietà e della dissoluzione.
In un gruppo di opere recenti un quadro come “concetto assempaforistico: monumento dell’eltime sei e sono tutte uguali” suggerisce una sorta di distacco ludico e caricaturale fino al grottesco o, meglio, una trama di implicazioni psicologiche che si modulano in impulso di canto, in cadenze limpidamente favolistiche e sublimano malinconie e desideri di irriflesse e caratteristiche ebrezze.
Fortunato pone come referente del suo vagabondaggio interiore una figura femminile, sestuplicata specularmente, potenziata nelle valenze simboliche, ridotta a pura forma, a inerte ripetizione di moduli e di situazioni, lungo un percorso ritagliato tra una foresta lontanante di edifici dalle tenuissime trasparenze e un primo piano di verdi e di gialli e di rossi sboccianti a desideri, a sogni di cosmica armonia, a pulsioni germinali dell’anima, a un percorso creativo che esorcizza e stempera l’angoscia per un presente incerto e inquietante in visioni di elegiaca trasparenza.

In definitiva la cifra umana e spirituale di Fortunato mi sembra consistere in una inesausta ricerca di luce e di libertà, in una poetica dell’essenzialità che oppone alla forza razionale della coscienza il sogno come cosmica inponderabilità e regressione verso lontananze arcane e insondabili, verso una sorta di lirica contemplazione in cui esperienze storiche e mediatazioni ontologiche si sommano e svaniscono in un’ansia di comunione con l’infinito, in un grido soffocato d’amore e di bellezza.
Questo nascosto bruciare della vita , questo essere nelle cose determina gli svolgimenti e le variazioni di una creatività animata da una tensione simbolica e traccia gli affioramenti allegiaci, i nascondimenti dell’anima e delle luminescenze gioiose della pittura di Fortunato, che nella espansiva felicità del colore testimonia dello stupore dell’uomo dinnanzi alle cose del mondo.
La sua musa si è nutrita del ritrovamento della coscienza del mondo come corpo e come spirito: alle sfrangiate suggestioni evocative, ricche di rimandi culturali della seconda metà degli anni ‘70’, immerse nei mobili bagliori della mente che esplora gli increspamento dell’anime e li riveste di significati operativi e fantastici seguiranno dipinti nei quali tecnica raffinata e sensibilità esecutiva si muovevano in direzione di una organizzazione grafica di elementi in verticale, in orizzontale, in cerchi interrelati nello spazio, nel tempo, nella materia.


L’eleganza del segno e l’intonazione cromatica, bloccando all’insorgere l’emozione definivano uno spazio razionale nelle forme di un racconto sospeso in una indefinita durata temporale secondo una “gradatio”di seguenze allusive e sfumanti in trasognata trasfigurazione fantastica, in sublimazione della malinconia, in teatro e territorio dell’anima, in silenzi irreali ed estranianti, in metafisiche evocazioni.
“Tratto di vita”,”Alito di vita”,”Salutando Warhole e De Chirico”, tramutavano il realismo esistenziale in contenuti magici e surreali, secondo un linguaggio di segni,gesti, collages, innesti e sovrapposizioni di grande sintesi astratto-informale, minimalista- pop e in termini di impietramento sentimentale, di astrattizzazione intellettuale, spaziata verso prospettive di attesa e di comunioni liberatrici con l’essenza del mondo, in un disperato e sublime tentativo di abbandono all’inebriante dolcezza del vivere.
“Il linguaggio di questo artista si deve considerare come una tendenza squisitamente mentale, di ricerca intellettuale” ebbe a scrivere il critico Occhipinti in occasione di una mostra personale in cui Fortunato esponeva una serie di opere di stupefatta essenzialità compositiva, di spazi scanditi secondo piani prospettici apparentemente senza altri sintagmi che non quelli di un lucido intelletto, alitate da una visione arcana, quasi ascetica della natura e da un colore per variazioni e trapassi sottili urlante la disperata ribellione della materia violentata nella sostanza,scalfita, lacerata, ridotta a un grumo inaridito e disseccato.

E’ il secondo momento dell’immaginario di Fortunato: tasselli lignei, aggregati corposi di materia, righe, squadre, assemblate quasi per suprema volontà di ricostruzione del mondo nella sua primordiale innocenza, senza le sfaldature e le frastagliature della coscienza moderna, testimoniando un tempestoso desiderio di reimmersione nella vitalità della storia, acquistavano un valore simbolico ed eterno di febbrili memorie, di non sopite speranze, di alchemiche e metaforiche fantasie.
Quel tempo smarrito della memoria, “quel nonnulla di sabbia che trascorre”, quel canto che si faceva incanto e impegno tutto fantastico, nella più recente esperienza ispirata alla tematica dell’Assempaforismo – sintesi combinatoria delle innovazioni precedenti – piegano all’esplorazione del mondo dell’irrazionale, alla rivelazione di realtà poetiche e sublimimari, al vagheggiamento tremulo di un tempo dell’anima.

L’approdo non sorprenda: i dipinti ultimi, astratti e matrici, surreali e minimalisti, metafisici e di figurazioni pur sempre mentale, attivano un processo di memorie sospese nelle regioni del sogno e trasmettono un’eco di sospiri inassopiti: Fortunato vuole cogliere la sostanza del nostro essere, il nostro atomo di tempo in relazione con l’eterno, il grido concitato della ragione tesa a verità assolute, i barbagli dello spirito che riscopre l’infanzia delle cose egli ameni inganni.

“Io sono come te, mille, e mille è niente e niente è un concetto assempaforistico” dichiara Fortunato riconducendo l’ispirazione fondamentale della sua arte a una consapevole coscienza del presente, a una verginale intuizione poetica, a una vena sognante, leggera e svagata che attinge quasi istintivamente al repertorio dell’immaginario collettivo, dove sostano irrequiete le illusioni e la memoria dischiude musicali abbandoni, afflati di presenze divine,” diamantini lampi di silenzio”.
Su tale tessuto di coordinate emotive e culturali Fortunato determina un’informazione estetica con caratteristiche personali e immette in un sistema di simboli logico- metafisici un seme destinato ad aprirsi, per successive eliminazioni e sotto l’impulso di catartiche necessità, a nuove tensioni e pulsioni emozionali, a ritmi e cadenze non preclusivi di soluzioni plastiche: dalla confusione della materia, per violentamento e metamorfosi di oggetti già pronti, o dal nulla, pullulano forme, si generano sculture, si stabiliscono nuove e insospettate relazioni; l’installazione è “iudus”, piroettando coscienza di saltimbanco ilare e irridente, pianto liberatorio e palingenesi spirituale.
Assempaforismo è sintesi di felice e di tragico, di aurorale innocenza e increspati turbamenti: è assemblaggio emendativo pittorico apodittico Fortunato, come recita la sigla dell’invenzione figurale, è pittura che affonda la sua essenza nell’ironia, nell’amore, nell’ora che indugia, nel rimpianto, nell’utopia, nella infinita finitezza, nello spazio fermo, fantastico, tetatemporale, vibrante, ideale, che l’arte disvela come improbabile mimesi del quotidiano e ambigua misteriosità, come sontuosa realizzazione di sottili atmosfere sentimentali e teatro di miti abbacinanti e sensuali, come eco di un ritmo universale che si dispiega nell’immaginario collettivo e perviene alla finale sensitiva osmosi di elementi naturali e di ineffabili esperienze spirituali.

....................................................................FrancescoGialluca 1988

LA NOSTRA PRIMAVERA

Gli artisti, o meglio i pittori, lo dice la parola stessa, dipingono.
E per una sorta di regola non scritta, l’artista non è tenuto a spiegare quello che ha dipinto.
Da qui la fortuna del critico d’arte che, per paradosso, deve dare una decrittazione logica a quanto altra mente ha pensato e altro braccio ha
compiuto.
Vi era stato, in realtà, intorno ai primi anni Ottanta un movimento estinto poi sul nascere, che faceva dire agli artisti “il quadro e mio e glielo
spiego io”.
Come non sempre accade alle idee innovanti, questa alzata di scudi degli artisti avrebbe rivoluzionato i meccanismi che presiedono alla
valutazione delle opere d’arte; quindi niet.
Un pittore che si spiega da sé?
Non sia mai detto.
Ma qualche impenitente artista che ha cattiva abitudine di pensare anziché dipingere da qualche parte rimane ancora: come il caso, invero insolito e felice, di Giuseppe Fortunato, dipintore ambientalista tra i più rappresentativi che preconizza un movimento d’idee (ah! Le idee), un contesto operativo e comportamentale, un “ismo”, insomma, da cui trarre le proprie convinzioni prima d’immergere il pennello nei colori.
Nel caso Fortunato, il movimento, la dottrina, l’assioma la teoria è “l’assempaforismo”.

Il lettore non si chieda tout de suite che cosa è.

Occorre arrivare per gradi e con la massima considerazione per la logica del pensato, come direbbe Emanuele Severino, filosofo.
E occorre arrivarci dopo aver visto una sequenza di opere di Giuseppe Fortunato, soprattutto quelle di chiara estrazione pittorica, dove regna in idealizzato assoluto naturale (“La nostra primavera” -1991) che possiamo definire opera madre di ogni altra composizione, alla quale si dovrà fare riferimento per capire non tanto “la logica del pensato” quanto la logica del dipinto del pittore di Cingoli, e soprattutto la logica del composto, come si vedrà per il periodo dei collagès .
Intorno alla “Primavera” di Fortunato ruotano, prima e dopo altre opere dalla forte impronta ambientale, come “In corsa senza”, “The sing of
Spring”, “L’ingorgo” e le installazioni a finestra del “Futuro che guarda all’indietro”, tutte opere di grande suggestione tematica, nella quale Giuseppe Fortunato esprime la sua denuncia e la sua speranza affinché il mondo trovi la forza per dare un tutto armonico al paesaggio: industria e ambiente possono convivere se solo si considerano le dieci, cento, mille possibilità (alcune obiettivamente assurde e presuntuose) di osmosi tra le esigenze della produzione e i diritti dell’ambiente.

L’artista nelle sue composizioni “vede” bellissimi grattacieli colorati al limitare delle sue “Primavere” : chiunque scruterebbe quei mastodonti, quegli “alberi di trenta piani” come dice Adriano Cementano, con un momento di inquietudine.

Che siano dieci, che siano cento, che siano mille, anche quei grattacieli si disporranno in modo armonico (innegabile, almeno sulle sue tele), in modo che tecnologia e natura ritrovino un minimo comune denominatore.
Ma ben presto questa favola ambientale per adulti del terziario avanzato (quei dieci, cento, mille automobilisti che fanno la vacanza intelligente andranno ad incagliarsi in un colossale “Ingorgo” assempaforistico, giusto il giorno 23 Agosto 1989, come ricorda a mano sulla tela dell’autore) trova il suo riscontro nella realtà di tutti i giorni: il prato ha ancora la sua struggente bellezza infinitale, ma l’orizzonte è coperto da grandi (ed eleganti perché no) casermoni, che Fortunato ottiene con un notevole escamotage pittometrico; e le stade si riempiono di autovetture idiotamente ridotte di dimensione, come se accorciando la lunghezza delle auto si possa davvero trovare più posto nei parcheggi.
Questo si, caro Fortunato, concetto speditamente assempaforistico, dove dieci, cento, mille autovetture sono indotte ad un colossale ingorgo in nome del “dove andiamo in vacanza” …
Opere di grande lucidità metaforica, di condanna ironica eppure di non nascosta speranza, dove la parte più genuinamente pittorica si sposa ad una genuinamente oggettuale (le automobiline sono automobiline), ed il concetto teorizzato trova indubbia, riprova, non solo sulle tele di Fortunato Giuseppe ma nei resoconti del telegiornale di ogni domenica sera.
........................................................................................D.Conenna 1999






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