GIUSEPPE FORTUNATO


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ANNI 70-80-90





____________________________________________________ ANNI 70/80


“People ch’ange, and smile: but the agony abides.
Time the destroyer is time the preserver”.
T.S. Eliot, Four Quartets

Non è difficile individuare nella pittura di Fortunato la tensione verso un coerente universo semantico che, invariabilmente, sembra rinviare ai grandi paradigmi assiologico-culturali della sensibilità post- moderna.
A ben guardare, si tratta di un itinerario di segni che cooperano, non già ad attualizzare una visione edulcorata e sterilmente celebrativa dell’oggetto, ma al contrario a smascherare sia pure talora con un linguaggio figurale fin troppo esplicito e didascalico le tracce inquietanti e le linee contraddittorie di una frammentarietà senza speranza.
In questa prospettiva è significativo che l’artista sottoponga la realtà fenomenica a un processo selettivo dal quale, non di rado, scaturisce un immaginario intriso di umori apocalittici e di sensazioni da
wasteland eliotiana.
Di qui anche una gamma cromatica attenta a cogliere il ruolo decentrato e, direi, acritico che l’individuo pare assumere in tale visionarietà intensamente disforica.
E’ il caso della tela “aspettando la fine” ove, chiaramente, la figura umana, mùtila e grevemente ossificata, riesce a malapena a differenziarsi dagli altri oggetti drammatizzati, per non dire poi dell’effetto globale caratteristico di un paesaggio di ombre.
Non solo: in questo come, del resto, in altri dipinti di Fortunato, l’uomo rinuncia a porsi come momento fondante del reale per divenire abitante marginale della topologia di una città fantasma.

Si pensi, ad esempio all’emblematico pastello “Paesaggio” ove l’artista ripropone in chiave tutta personale la lezione “metafisica” riservando una particolare attenzione al senso del luogo, al paradigma dell’attesa e, ancor più, alla vertigine di una spazialità asciutta e traumaticamente vuota di significazioni euforiche.

Non solo: in questo come, del resto, in altri dipinti di Fortunato, l’uomo rinuncia a porsi come momento fondante del reale per divenire abitante marginale della topologia di una città fantasma.
Si pensi, ad esempio all’emblematico pastello “Paesaggio” ove l’artista ripropone in chiave tutta personale la lezione “metafisica” riservando una particolare attenzione al senso del luogo, al paradigma dell’attesa e, ancor più, alla vertigine di una spazialità asciutta e traumaticamente vuota di significazioni euforiche.
Né possiamo esimerci dal sottolineare quel peculiare senso di freddo stupore che fa delle prove artistiche di Fortunato un’unica testimonianza macrotestuale della tematica del “silenzio”.
Di qui uno straniamento del reale che non può far pensare a Giorgio de Chirico, anche se nel caso del nostro artista l’equilibrio formale risulta di frequente messo in forse da una serie di volute dissimmetrie prospettiche.
Per molti versi, questa “pittura del silenzio”, il cui assunto artistico risente di alcuni dichiarati influssi formativi, muove verso una perspicuità semiotica in cui l’oggetto rappresentato pare rientrare appieno nel campo semico della immobilità, della stasi spezzata soltanto dalle linee del momento rammemorante.

Ed è soprattutto la soluzione paesaggistica, come quella adottata nei dipinti “Segni di vita” e “Tratti di vita”, a mettere a nudo senza infingimenti l’impossibilità del messaggio positivo.

Alberi che esibiscono rami come pericolosi artigli, montagne monotone e levigate come deserti senza vita alcuna, profili di agglomerati urbani che rinviano a un grottesco scenario di cartapesta, funi pendenti e spazi freddamente squadrati che veicolano il ricordo della finitudine e di un’impossibile integrità, frammenti di mondo finzionale in cui vi è spazio soltanto per un’àncora lontana dalla distesa d’acqua o per la forma sensuosa di una vela prigioniera sulla terraferma.
A parte una insistita predilezione per le tonalità più neutre, che peraltro risultano in sintonia con le opzioni semantiche, quel che va rilevato è il preciso diagramma tracciato dalla linea di ricerca di Fortunato, il quale, soprattutto nelle sue ultime opere, mostra di essersi conquistato uno spazio autonomo che lascia prevedere ulteriori sviluppi del suo discorso artistico.

............................................................................ Francesco Marroni 1984



“Concetto, Idea, Spazio: La materia dell’opera di Giuseppe Fortunato”
.


Con L’opera di Giuseppe Fortunato si assiste all’accentuazione della dimensione mentale rispetto al manufatto; l’arte è vista, cioè, da quest’artista, come idea, come linguaggio,come definizione dell’arte come conoscenza attraverso il pensiero anziché attraverso l’immagine. Già da queste poche righe è possibile dedurre come l’espressione di Fortunato non si esplichi attraversi i linguaggi tradizionali della pittura e delle arti figurative, ma come la sua opera vada ben al di là delle forme e dei caratteri espressivi solitamente usati.
Lo spazio di queste opere non esercita alcuna “sintassi”, non impone nessun principio d’ordine; nessuna zona focale, in un’opera così concepita come quella di Fortunato, nessun punto di vista risulta privilegiato.

Ogni tratto della tela, del collage, vuol essere ugualmente impressivo, ugualmente stimolante, non sussistono confini prestabiliti, ma la serie di materiali usati può proliferare a piacimento, estendersi, lo sguardo, invece di vagare liberamente si concentra su un punto focale distinguendolo da uno sfondo più debole e incerto.

Lo spazio che compare in questi quadri, se così vogliamo chiamarli, tende quindi a chiudersi, ad organizzarsi secondo una prospettiva abbastanza solita e tranquillante, eppure, malgrado ciò, non potrà assolutamente essere scambiato per lo spazio naturalistico tradizionale.
Rispetto a quello manca di corposità, di spessore, pesa su di esso una nota costante di precarietà che lo rende onirico.
E l’onirismo, in un tipo di linguaggio come quello di Giuseppe Fortunato, diviene un passaggio obbligato; naturalmente non ci riferiamo ad un tipo di onirismo letterale, bensì metaforico, in quanto per questo artista non si tratta di trascrivere fedelmente l’immagine onirica, ma di trarre dal sogno quegli elementi che ne fanno un mondo opposto a quello “normale”.
Ed infatti proprietà del sogno è il fatto che esso ha sempre a che fare con oggetti e materiali di esperienza quotidiana, i quali vengono ordinati con una sintassi più libera di quella naturalistica.

Il linguaggio usato da questo artista, si deve quindi considerare come una tendenza squisitamente mentale, di ricerca intellettuale, il cui fine non è certo quello di incarnarsi in un preciso embrione formale, tangibile, o fruibile dal punto di vista percettivo.

Ed infatti alcune immagini in cui l’elemento percettivo è particolarmente evidente, danno più peso alla ricerca dei meccanismi messi in moto che alla realizzazione materiale di tali meccanismi.
La caratteristica a cui si ispira l’opera di Fortunato è appunto quella d’essere svincolata dall’oggetto, libera dalla sottomissione della piacevolezza e del “bel materiale”, e rivolta piuttosto all’ideazione di un’immagine mentale privilegiata.
Le materie che questo artista sceglie per comporre le sue composizioni, sono l’occasione del suo linguaggio: come per l’artista tradizionale la realtà esterna, il paesaggio, la figura; ma qui l’occasione è ben più coinvolgente. Siano materie che egli trova, o che egli cerca, l’incontro con esse o la loro scelta non crede infatti che si determinino senza collegamenti con l’inconscio.
Realtà e cultura sono fuse nella sintesi prodotta dalla propria personale impostazione dell’opera; l’artista ha bisogno di un oggetto percepibile, per dar forma visiva ad un suo concetto, ma il suo procedere non ha alcuna passività, non mira alla restituzione della realtà esterna, bensì alla definizione più efficace, per simboli, della condizione intima, della visione personale.
Se l’opera analizzata nei suoi dettagli svela queste aperture, l’insieme è il risultato di un lavoro sempre più definito. In questa misura i segnali dell’attualità, le coordinate su cui leggere quanto Giuseppe Fortunato sia sensibilmente uomo del suo tempo, senza per questo dover in nulla rinunciare alla propria coerenza.


.............................................................Carlo Occhipinti 1985

PROIEZIONI TEMPORALI

Un profondissimo silenzio, segno premonitore di un evento prossimo, aleggia sulle tele di Giuseppe Fortunato e rende etereo ed irreale ogni paesaggio, ogni viso, ogni particolare.
E’ come se la mano dell’artista vagasse impaziente alla ricerca di momenti di quiete che, pure, lascino presentire un successivo mutamento, un ritorno al reale, alla vita quotidiana.
Fortunato ci regala attimi di evasione trasportandoci in un’ambientazione estremamente suggestiva resa ancor più vaga ed indefinita da quel rosa antico che suggella numerosi lavori, prova forse di una risoluzione interna, oggettivata a beneficio degli altri.
Chi osserva, infatti prova sempre nell’animo un senso di pace, una calma interiore che, sollecitata dalle colorazioni tenui e delicate, viene poi via via alimentata da quegli spazi sconfinati e deserti nei quali è bello perdersi per non pensare, e nei quali pare di udire, in sottofondo, le note di una musica eterna che ripropone, nella sua melodia, i misteri della vita.
Giuseppe Fortunato si assume, nel suo discorso artistico, ogni responsabilità inerente l’argomentazione stessa delle sue opere.
Egli racconta momenti esistenziali isolandosi e isolando chi osserva dal reale, creando squarci di paesaggi immaginari e veri al tempo stesso, introducendo particolari in primo piano perché risalti ancor più l’ovattata e suggestiva vaghezza dello sfondo
Cosi’ nella vita di sempre dietro ogni evento importante è dato di scorgere appena uno sfondo dai contorni non definiti: Fortunato rappresenta nelle sue tele quegli sfondi, quei lontani retroscena che la mente immagina e che non conosce.

In tal senso si può dire che le tele del pittore abruzzese raccolgano un messaggio d’amore e che assumano i contorni dell’universalità nella misura in cui siano recepiti ed accolti da chi osserva.
L’uomo, nella sua identità e nel mistero della sua esistenza è analizzato e posto al centro di una ricerca attenta e scrupolosa, solo a tratti abbandonata, ma, si badi bene, intenzionalmente, per lasciare spazi a improvvisi bagliori che fanno immaginare risoluzioni per il futuro dell’umanità intera.
Fortunato in questi momenti propone fantastiche proiezioni temporali (“Verso il domani” – “Pregresso” – “Da qui al futuro”) che sono per cosi’ dire, il punto di arrivo di un’analisi condotta all’interno dell’animo umano, vagliato attraverso la sollecitazione di vari e a volte contrastanti stati d’animo.
Neppure in queste tele, che pure sorreggono l’onere di una pregnanza semantica assai evidente, viene mai meno il tono di musicalità caratteristico di ogni opera, vero elemento significativo di tutta la produzione di Fortunato e di tutto il suo discorso artistico.
In questo continuo fondersi di capacità tecnica e di indicibile tormento intimo sta la vera genesi di ogni quadro, il motivo primo che anima ed ispira l’artista e che lo spinge a cercare nella sua tavolozza colori e sfumature per rendere una idea, un pensiero, un sentimento, una sensazione.

La presenza costante di paesaggi brulli e desolati, a volte apparentemente squallidi nella loro vuotezza, non altera, a mio avviso, la carica di amore e di ottimismo che trapela dalle tele del pittore abruzzese; c’è semmai un continuo silenzio, un mistico raccoglimento.
Direi che in quei deserti solitari Giuseppe Fortunato ama perdersi per poi ritrovarsi ogni volta con diverso spirito critico, con rinnovato fervore.
Tale procedimento gli consente poi di estendere la ricerca e di volgersi a guardare l’uomo, di valutarne la forza morale nei momenti di maggiore difficoltà.
I particolari che Fortunato pone, con sapiente abilità, in primo piano, sono come appigli ed ancore di salvezza per chi, sopraffatto dalle vicende e dalle intemperie della vita, rischia di perdersi nel deserto e di scomparire negli interinati spazi che avvolgono ogni cosa.
I paesaggi di Fortunato, in fondo, sono un cosmo infinito nel quale l’uomo rischia continuamente di annientare la sua esistenza.
Solo che chi riesce a cogliere il senso vero della vita potrà salvarsi e guarderà al futuro con ottimismo e con legittime speranze.

Solo che chi riesce a cogliere il senso vero della vita potrà salvarsi e guarderà al futuro con ottimismo e con legittime speranze.
A voler estendere la tematica del pittore abruzzese si potrebbe avvertire nel suo messaggio l’eco di un richiamo continuo, quasi un monito bonario a vivere i momenti che passano, a cogliere l’attimo che fugge.
Tutto ciò non è incitamento ed abbandono cieco, ma sapiente valutazione, coerente autocritica.
Tecniche di avanguardia, perfetta conoscenza dei più moderni e sofisticati sistemi di pittura completano il bagaglio di Giuseppe Fortunato, già segnalatosi al pubblico ed alla critica per aver ottenuto numerosi riconoscimenti e premi nazionali ed internazionali.
I tenui colori, le caratteristiche ambientazioni, le sue paure e le sue angosce di uomo creano una base sicura, tecnica e morale, sicchè non è agevole distinguere in lui l’uomo dal pittore, dall’artista dal poeta.


...................................................................... Sergio di Diodoro 1984





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I VOLI (Anni '80)


Fortunato tende, in queste ultime opere, a nuove forme di comunicazioni, nelle quali l’organizzazione grafica di elementi e materiali eterogenei – in verticale, in orizzontale, in cerchio – allude a una ineludibile sintesi della specificità del fatto figurativo con la innata fisicità della materia; il fine è fissare un punto di equilibrio tra “idea” e “forma”, non afferabile se non attraverso la percezione-comprensione delle relazioni spazio-tempo-materia: le tele inscrivono una realtà superiore e registrano le risonanze della coscienza nei suoi rapporti con il mondo.
Al termine,”Assempaforismo” da lui inventato, io credo che l’artista voglia attribuire il valore salvifico di individuazione di un linguaggio logico, che componga soggetto ed oggetto in unità inesausta, si che i prolungamenti delle fisiche parvenze e del ritmo universale delle cose non contrastino con gli slanci ineffabili dell’anima, ma, di contro, restituiscono all’dentità disarticolata dell’uomo tecnologico la sua coscienza critica, come voce che interroga.
In altre occasioni, evidenziai nell’opere di Fortunato il dramma dell’uomo moderno, finito e pur ansioso di orizzonti sconfinati; ora mi sembra che, al di là della pura fenomenologia dell’immagine, l’artista ribadisca con pregnanza incisiva lo stravolgimento dell’uomo all’interno di un sistema di valori pragmatici e materiali, in cui sembrano consumarsi e dissolversi i modi di funzionamento dell’io: l’approdo è un processo di autochiarificazione, lucido e consapevole, di fronte al reale.
Tale percezione-comunicazione artistica è affidata a una sapiente e raffinata costruzione delle forme espressive: lo spazio nella tela è organizzato con pure forme geometriche e il colore traccia sottilissime grafie, segni materici sfuggenti, sfaldamenti di linee che trasrivono e illuminano l’unitarietà dello spirito, e acquista infine possibilità di significazione.

................................................................................... Francesco Gialluca 1985





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I PASTELLI (Fine anni ' 80)





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TECNICHE MISTE (Fine anni '90)





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ORIZZONTE IN VERTICALE

ORIZZONTE IN VERTICALE

Concetto assempaforistico dedicato al civismo



Orizzonte inteso come sinonimo di lontananza, che dà spazio all’immaginazione e alla speranza spesso irraggiungibili.
L’Essere è in continuo cammino verso l’orizzonte inteso come futuro e potrà raggiungerlo solo quando riuscirà ad immaginarselo in verticale; così l’orizzonte in verticale è l’orizzonte dell’umanità raggiunto in senso di futuro già presente, di civismo vivente e di benessere sociale, politico, culturale.
Agli inizi degli anni novanta, con l’Europa unita, con l’abbattimento del muro di Berlino e con i molteplici avvenimenti che sottolineano sempre più l’unificazione, viviamo con l’orizzonte in mano, come se fosse in verticale.


LE FORME E LA MOTIVAZIONE – (Le civiltà e la ricerca del futuro).

La base, a forma triangolare simile alla punta di una freccia in direzione Nord, sta ad indicare la predisposizione dell’uomo verso il progresso sociale, politico e culturale.
LA METROPOLI, posta all’estremità dell’orizzonte in verticale, indica la sempre più evidente presenza umana all’orizzonte (meta), dove, fino a ieri era solo l’assenza.

IL SEMITUBO rappresenta uno spazio concavo che raccoglie le religioni e le nazioni come segno di unificazione.
I TRE DISCHI posti sulla parte dell’incavo a semitubo, rappresentano le tre religioni più importanti del mondo, mentre i buchi, dentro i dischi stanno ad indicare le diverse sette religiose che si creano in seno alle grandi religioni.
Quindi i buchi non sono altro che le coscienze distaccate dalla religione di base.
LE BANDIERE in quantità di una dozzina esposte unite nel medesimo semitubo, stanno a sottolineare l’unificazione tra i popoli.
LA METROPOLI DIVISA IN DUE PARTI dallo spazio di rovine, rappresenta l’urbanesimo interrotto dallo sviluppo della civiltà.
LA BARRIERA METALLICA a fianco della metropoli, rappresenta il limite tra cielo e urbanesimo – caos- prodotto dalla civiltà, oltre al quale c’è l’orizzonte immediato, il Nord come riferimento umano e infinito.
L’ALTEZZA DELL’OPERA è di centimetri 1990 e sta ad individuare l’inizio del decennio che precede il 2000, secolo considerato orizzonte da raggiungere.


.......................................................................................Giuseppe Ceci 1989

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